UNA TELEFONATA INASPETTATA

Nel mese di luglio del 2000, inviai una lettera al Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, in segno di gratitudine e di riconoscenza, per essere stato il GARANTE DELLA DEMOCRAZIA E DELLA COSTITUZIONE, in un settennato difficile e turbolento della storia italiana.
Nel corpo della lettera a tal proposito scrivevo:” Di questo sono particolarmente fiero, il settennato nel quale Lei ha profuso le sue migliori energie è stato superlativo, toccando vertici ineguagliabili”.
In un altro capoverso, facendo riferimento alle tormentate vicende della politica del suo tempo puntualizzavo:” Non sono mancati i momenti difficili, ma essendo Lei un abile AMMIRAGLIO DELLA NAVE ITALIA, anche quando tutto sembrava irremidiabilmente compromesso per le furiose burrasche e per la forza impetuosa delle acque, causa di possibili avarie istituzionali, nonché di marinai che remavano contro, con la sua sagacia, la Nazione è approdata nel Lido della Speranza”.
Tra i temi trattati nella missiva il perseguimento dell’Obiettivo – Europa, una sfida esaltante che l’Italia riuscì a vincere anche grazie alle riflessioni pertinenti, richiamate nei suoi discorsi, improntati non solo al rispetto dei parametri economici e monetari, ma le scelte politiche dovevano essere mirate alla ricerca dei valori solidali e alla dignità della persona, sulla scia degli insegnamenti del grande statista Alcide De Gasperi.
Al Presidente Scalfaro annotai che ero insegnante di Religione Cattolica e mi stavo preparando alla prova orale del concorso del 5 agosto del 2000, per la Scuola Elementare.
Era il 27 luglio, quando intorno alle 9.15 del mattino squillava il telefono, dall’altra parte della cornetta il segretario del Presidente Scalfaro mi disse: “Pronto è lei il Sig. Mastrocinque Nicola”. Rimasi interdetto non avrei mai immaginato che ciò potesse accadere. Il Presidente emerito della Repubblica s’intrattenne per più di 15 minuti al telefono. Ricordo ancora con emozione quando parlava della sua maestra, della scuola e della devozione alla Madre del Signore. Il senatore a vita mi sottolineava che” il 5 agosto, il giorno in cui andavo a sostenere la prova orale, ricadeva la memoria liturgica della Madonna della Neve, venerata nella chiesa di Santa Maria Maggiore, in Roma. Al Presidente dissi che: “conoscevo la storia-leggenda di cui parlava, legata alle visioni notturne di due coniugi, in cui la Madonna avrebbe indicato il luogo sul quale erigere l’attuale basilica. La conversazione proseguì e il Presidente mi ringraziò con affetto per le parole che gli avevo scritto nella lettera. Al termine mi fece gli auguri per la prova che dovevo affrontare, ricordandomi che lo studio era fondamentale per accrescere le conoscenze, per la continua formazione, per educare ed istruire le future generazioni.
Trascorse circa una settimana e dal Senato mi giunse un plico, contenente una cartella azzurra recante la scritta il Presidente della Repubblica, all’interno era stata acclusa la sua foto autografata e con l’indicazione temperale del suo settennato. Un ricordo indelebile che serbo gelosamente.
Grazie Presidente Oscar Luigi Scalfaro! Senza di Lei l’Italia sarebbe andata alla deriva di concezioni populiste, pericolose, retrive con rigurgiti di posizioni illiberali ed antidemocratiche, una sorta di fascismo subdolo, teso a abbattere i fondamenti dell’architettura istituzionale, basata saldamente nella Costituzione, di cui Lei è stato il Padre Nobile nell’Assemblea Costituente.

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giovedì 2 febbraio 2012 at 5:16 pm Lascia un commento

IL NATALE NELLE CANZONI DI LUCA CARBONI E JOVANOTTI, ENRICO RUGGERI E I POOH

Nella spazialità e nella temporalità la nascita di Gesù, adagiato dolcemente da Maria nella mangiatoia di una stalla, riportata dagli evangelisti Luca e Matteo, rappresenta la chiave di volta per scorgere nella luce di un immenso Mistero l’atteso Salvatore del Mondo.
Non solo la Buona Novella esalta il “dies natalis” del Signore, ma anche le canzoni pongono all’attenzione degli uomini di buona volontà l’autentico messaggio che giunge dalla città di Betlemme.
Per impedire che le luci della ribalta e la spasmodica ricerca del successo diventino le coordinate esistenziali, modelli incontrastati dell’utilitarismo e dell’edonismo, Luca Carboni e Jovanotti hanno inciso il testo “O è Natale tutti i giorni”. I noti cantautori invitano alla riflessione, affinché quell’evento memorabile, in cui si manifesta il Figlio di Dio, sotto le sembianze di un neonato possa far rinascere Gesù nel cuore degli uomini. Gli artisti impareggiabili del panorama musicale italiano così esprimono le contraddizioni del pianeta:

“Il mondo
forse no, non è cambiato mai
e pace in terra
no, non c’é
e non ci sarà
perché noi non siamo uomini
di buona volontà.
Non so perché
questo lusso di cartone
se razzismo, guerra e fame
ancora uccidon le persone.”

Enrico Ruggeri nella canzone intitolata “il Natale dei ricordi”, polarizza l’interesse preminente sui, sui legami incrollabili della famiglia, fondati nella concordia che celebra la nascita del Principe della Pace. Uno spaccato della realtà vissuta che traspare in questi pertinenti versi:

“Abbiamo avuto tempi in cui
quei rami di agrifoglio
vestivano quaderni e pensierini,
mentre l’albero già spoglio
di cartone e cellophan
si colorava a festa
per attendere la visita del prete.
E poi le luci intermittenti.
come i nostri segreti sentimenti.
Ed eravamo tanti:
amici coi parenti,
vicini e conoscenti
che non ci sono più”.

I quattro moschettieri della canzone italiana, i Pooh, invece, hanno scritto il testo” E non serve che sia Natale”. Nella canzone si colgono le concezioni della società, le strategie perverse e i disegni sinistri, che annientano la dignità della persona evidenziati da pseudo valori, incapaci di andare al di là della coltre dell’indifferenza e della velleità di apparire. Gli autori del profondo testo scrivono:

“Quanta polvere fa il mondo mentre va,
copre tutto e non ci fa vedere più,
le stagioni, i dubbi, i figli e le speranze,
e rincorriamo i sogni qua e là.
Che rumore che fa il mondo mentre va,
tra motori, guerre, soldi e gelosie,
confondiamo il giorno dopo
con l’eternità
e l’allegria con la felicità”.

domenica 1 gennaio 2012 at 4:49 pm Lascia un commento

DUE ARTISTI SANNITI PROTAGONISTI DEL NUOVO EVANGELIARIO

Per raccogliere le sfide del nostro tempo la Chiesa Ambrosiana ha commissionato agli artisti contemporanei le illustrazioni da corredare nel nuovo Evangeliario.
A margine del ministero pastorale il cardinale Dionigi Tettamanzi ha donato alla sua comunità ecclesiale il solenne libro liturgico per antonomasia, il Vangelo, per proclamare la Buona Novella agli uomini di buona volontà, esaltata dall’incomparabile bellezza artistica.
Le tavole degli artisti prima di essere rilegate in forma di volume sono state esposte dal 5 novembre in una mostra, che si concluderà l’11 dicembre, dal titolo:”La bellezza nella Parola: il nuovo Evangeliario Ambrosiano e capolavori antichi”, prima in Palazzo Reale, in Milano. Successivamente i bozzetti delle opere possono essere ammirati alla Galleria san Fedele, in via Hoepli e nella chiesa di san Raffaele, situata nell’omonima strada.
Gli artisti prescelti dalla commissione a cui è stato affidato l’incarico di ideare i bozzetti dell’eminente opera sono stati Nicola De Maria, Mimmo Paladino, esponenti di un movimento, denominato “Transavangaurdia”, sorto a partire dagli anni Settanta. Nel gruppo ristretto selezionato rientrano anche gli artisti emergenti Ettore Spalletti, che delimita i confini della pittura e della scultura, utilizzando il senso geometrico e le linee all’apparenza semplici, Nicola Saporì, sperimenta e ricerca la combinazione di materiali diversi, inserti, strappi, reazioni chimiche, colature, incollature e pennellate, infine, Nicola Villa applica alle sue produzioni le tecniche dell’acquaforte e dell’acquatinta, mediante l’incisione, fino al fotografo Giovanni Chiaromonte.
Giova ricordare che sono presenti i nomi di Nicola De Maria e di Mimmo Paladino, originari del Sannio, nati rispettivamente in Foglianise il primo e il secondo in Paduli. Dalle aree interne della Campania, spesso marginali rispetto alla città metropolitana, sono emersi artisti d’eccellenza, che hanno conquistato fama nazionale ed internazionale, divenendo i protagonisti incontrastati di inediti linguaggi nella realtà in divenire e trasformata.
Nicola De Maria ha lasciato una traccia indelebile nella Chiesa Ambrosiana con i suoi simboli che spaziano nelle tavole per la ricercatezza dei colori e per l’intensità del timbro pittorico.
L’artista foglianesaro ha approfondito il contenuto dei testi biblici, si è confrontato con i critici, i teologi e liturgisti durante la stesura dei bozzetti. Dalla sua incontenibile creatività come un fiume in piena ha realizzato le tavole riguardanti i Vangeli della Risurrezione e le letture vigilari, il Natale del Signore, in particolare le messe nella vigilia e nella notte. Egli ha illustrato l’ottava del Natale nella circoncisione e nella epifania del Figlio di Dio, la Domenica delle Palme. De Maria, per l’anno A, ha raffigurato la Santissima Trinità, l’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, l’annunciazione e la visitazione della Madre di Gesù alla cugina Elisabetta. Per l’anno C, ha ideato la dedicazione del Duomo di Milano, la trasfigurazione del Signore ed effigiato l’immagine di San Carlo Borromeo.
L’Evangelairio viene rilegato con due copertine, l’originale è per le celebrazioni eucaristiche nel Duomo, di cui la prima adornata dalla stupefacente creazione di De Maria, mentre la seconda di Mimmo Paldino arricchisce le splendide copie, destinate alle 1107 parrocchie della diocesi in un volume più leggero.
Il cardinale Dionigi Tettamanzi motivando la realizzazione dell’Evangeliario sottolinea: “per la cultura e la spiritualità del nostro tempo, ho voluto che si esprimesse nella lingua delle donne e degli uomini di oggi. La ripresa delle immagini antiche poteva correre il rischio di presentare il volto della Chiesa ancorata al passato e in difesa di una tradizione gloriosa ma incapace di rinnovarsi e incarnarsi nel presente. Ho preferito la strada della contemporaneità, nella piena fiducia che la cultura attuale e le sue modalità di comunicazione sono del tutto adatte a raccontare i testi biblici”. Il presule aggiunge: “La Chiesa non ha mai scelto uno stile piuttosto che un altro. Per annunciare il Vangelo si è sempre adattata alle forme espressive dei popoli in cui è inserita. E il Vangelo è sempre nuovo. Non può essere imprigionato in schemi o griglie che finirebbero per soffocarlo. Occorreva quindi creare una cosa ”.

venerdì 16 dicembre 2011 at 4:46 pm Lascia un commento

UN GIALLO TUTTO DA LEGGRE

Per la collana TRACCE – NuoveVoci, edito da Albatros, nel mese di giugno del corrente anno, è stata pubblicata l’opera prima di Giovanni Giordano dal titolo:” Delitto sul Tevere”.
L’autore nel suo avvincente thriller, ambientato nella città eterna, narra la storia di un delitto quasi perfetto.
Il lettore rimane immediatamente affascinato dalla fluidità della trama che scorre tra improvvisi colpi di scena ed inediti aspetti dell’indagine, condotta dal commissario Falchi e dal suo insostituibile brigadiere Monte.
In un clima autunnale, particolarmente rigido le acque del fiume Tevere sospingono il corpo di una giovane ed affascinante ragazza.
La notizia del macabro ritrovamento giunge al Commissariato di Polizia, che rapidamente con i suoi agenti raggiungono il luogo del delitto per avviare le indagini.
Il commissario Falchi ed il brigadiere Monte ispezionano il luogo indicato dalle informazioni ricevute insieme alla Scientifica e rilevano che il corpo della ragazza ha i polmoni pieni di fango e solo l’autopsia può chiarire le cause del decesso.
Tra il fango e il terreno accidentato viene ritrovata una borsetta, all’interno appaiono i documenti della donna. Si tratta di Michela Faresin, di anni 25, una cameriera nubile. Gli inquirenti si portano a Villa D’Este, per entrare nel merito delle indagini, interrogano prima la Duchessa Maria Teresa, la proprietaria dell’abitazione che ignora l’accaduto.
Nella splendida villa della Roma aristocratica vivono il Duca Ermanno D’Este, professore e botanico di fama mondiale, il maggiordomo Antonio, la cuoca Angela e Manfredi il giardiniere e l’autista.
Il Commissario Falchi s’informa prima sul passato della ragazza, poi comincia a raccogliere una serie d’indizi, per comprendere quali fossero state le possibili cause per uccidere la cameriera in servizio da alcuni anni in Villa D’Este.
Dal rapporto della Scientifica emerge che la vittima è stata prima avvelenata da una sostanza di origine vegetale non conosciuta. Michela non è deceduta per annegamento, si tratta di un omicidio. Gli agenti di polizia ritornano nella serra della villa per rivedere con attenzione la pianta non ancora classificata dalla botanica. Manfredi permette l’ingresso dei poliziotti nella serra e mentre il maresciallo Monte finge di ritrovare un guanto, intanto, il commissario Falchi osserva che è mutata la disposizione delle piante, rispetto alla precedente ispezione.
Il comandante Finelli subisce le pressioni della stampa e delle autorità, ed invita a chiudere il caso in tempi rapidi, altrimenti rischia di essere rimosso dall’incarico.
Il colpevole per gli inquirenti non è ancora possibile identificarlo ed occorrono ulteriori elementi per incolpare il professore Ermanno D’Este. Per dipanare l’intricata matassa vengono visionati i documenti rinvenuti nel laboratorio dell’Università del docente e tra i possibili assassini spunta anche il dott Anselmi, un suo valido collaboratore. Entrambi i sospettati hanno intrecciato una relazione amorosa con Michela Faresin.
Il comandante Finelli facendo il punto della situazione, nonostante le forti perplessità del commissario in quanto mancano le prove schiaccianti, propende che l’autore dell’omicidio sia Ermanno D’Este. Il professore Ermanno è interrogato ed arrestato. Nel processo vengono acquisite le testimonianze e la sentenza scagiona il Duca d’Este. La notizia dell’assoluzione viene funestata dalla morte del professore Ermanno, che spira nella sala di rianimazione dell’ospedale.
Le indagini proseguono e solo nel finale attraverso le deposizioni della servitù di Villa D’Este, inducono il commissario in ordine agli indizi emersi ad incastrare finalmente il vero autore del delitto. Con il fiuto dell’esperto poliziotto si chiude un caso intrigato di difficile risoluzione. Nell’ultima pagina del giallo il lettore con il fiato sospeso scopre chi ha ucciso Michela?

giovedì 1 dicembre 2011 at 4:44 pm Lascia un commento

LA FESTA DI SAN NICOLA A FRAGNETO MONFORTE

Nell’ambito del XXV raduno internazionale delle mongolfiere, che ha avuto luogo dal 05 al 09 2011, nel suggestivo paese di Fragneto Monforte, è stato presentato tra gli eventi collaterali il libro di Teresa Longo.
L’autrice, ha scritto un’ interessante pubblicazione dal titolo: “Una grande festa. San Nicola a Fragneto Manforte tra storia, mito e cronaca”, stampato nel mese di settembre del corrente anno dalla tipografia “Braille Gamma S.r.l” di Santa Rufina di Cittaducale (RI), commissionato dalla “Tempesta Editore”.
Il volume è suddiviso in cinque capitoli, inerenti l’ipotesi del culto di San Nicola, risalente ai Bizantini, le trasformazioni iconografiche del vescovo di Mira nel pianeta tra riti cristiani e pagani. Viene affrontato il tempo festivo con riferimenti ai Saturnali Romani per giungere alla figura di San Nicola, una sezione in particolare è dedicata alle interviste, resoconti ed osservazioni sul campo ai fragnetani, in ordine alle dinamiche ed alle implicazioni della tradizione, radicate nella pietà popolare. Il paragrafo V riporta le conclusioni, nell’opera sono state inserite una serie d’immagini che descrivono l’elezione dell’economo il 1gennaio, la processione del quadro che raffigura il santo e gli altri principali momenti dell’anno, dalla raccolta dell’olio alla macina il grano, dalla preparazione delle “panelle” alla distribuzione delle carni di maiale in dicembre.
Teresa Longo ha dato un taglio antropologico alla sua ultima fatica, merita un approfondimento la parte riservata alle risposte fornite dagli abitanti di Fragneto Manforte, in merito alla festa del Pastore di Mira, il patrono della comunità ecclesiale.
L’elezione dell’economo nella Confraternita di Santa Croce nei locali della chiesa, viene svolta a scrutinio segreto tra gli iscritti al sodalizio cristiano. Dall’urna il responso designa l’economo della festa di San Nicola, che deve gestire le entrate e le uscite, avvalendosi dell’apporto insostituibile della sua famiglia con l’ausilio di stretti collaboratori, per cadenzare e ritmare in modo impeccabile le fasi salienti dell’antica tradizione.
Gli aspiranti economi sono mossi dalla fede e dalla carità, ma l’autrice pone anche l’accento sulla competizione, segno di una forte aspirazione nel tessuto sociale, affinché siano ricordati per le tracce indelebili e per le incombenze mantenute.
Una studentessa ribadisce” Impegnarsi per fare una bella festa curata nei minimi particolari da parte della famiglia dell’economo parte da un fatto religioso, per rendere omaggio al Santo, ma è anche per una soddisfazione personale, per i meriti che la comunità attribuisce all’economo, la gente ti guarda e ti giudica e ti ricorda come un buon economo che ha dato molto, che è stato generoso, che ha investito soldi che nella maggior parte dei casi vengono recuperati, perché di solito più dai più ricevi, tu economo rischi, ma il popolo se ti vede generoso lo è lui stesso con te”.
Nella tradizione popolare emerge il valore della fratellanza, dell’aiuto vicendevole, della disponibilità mostrata come nel caso dei vicini che mettono a disposizione dell’economo i locali per accogliere paesani e forestieri in occasione dei momenti conviviali nella stagione invernale.
La dinamica del dai e del ricevere riveste un ruolo preminente. Un anziano asserisce:” La festa di San Nicola nun s’è fatta mai pè s’arricchì (per arricchirsi) San Nicola chello (quello) che riceve dà, ma s’arricchisce San Nicola”.
Nelle conclusioni l’autrice esalta il cibo come l’elemento di coesione sociale che rinsalda i legami nel tessuto connettivale della società fragnetana, lo stare a tavola richiama la vicinanza tra le persone e la sacralità dei rapporti umani.
Teresa Longo a tal proposito puntualizza:”A caratterizzare questa comunità è la lentezza del mangiare, la lunga e sapiente preparazione del sugo e dei pani di San Nicola, che una volta sfamati vengono donati ai vicini e agli amici o i banchetti preparati e offerti a tutti coloro che collaborano alla festa: si afferma la reciprocità del dono e la bellezza della vicinanza che si stabilisce nei momenti del bisogno”.

mercoledì 16 novembre 2011 at 4:41 pm Lascia un commento

NICOLA MAIO CONQUISTA IL PRIMATO EUROPEO A GYOR

Dal 07-09-2011, in Gyor (Ungheria), è stato disputato il 2 Campionato Cadetti-Junior di Karate. La delegazione della FIK (Federazione Italiana Karate), ha convocato gli atleti di 14 società, tra le quali anche la Seishinkan di Benevento, del Presidente Roberta Repola e del maestro Alfredo Testa. Si sono imposti alla ribalta europea i sanniti Nicola Maio e Dario Bufarderci. E’ salito sul gradino più alto del podio per la categoria -75 Kg Kumite Sanbon, una sorta di combattimento a tre passi, in cui la mente e i movimenti de geli inferiori e superiori giocano un ruolo determinante per sconfiggere l’avversario. Dario Bufardeci, Kumite Sanbon -70 Kg e l’alteta Simone Guadenzi Kumite Sambon -75 della Shiro Club Roma, con l’apporto di Nicola Maio, hanno ottenuto la medaglia d’argento in finale contro la Romania in un incontro molto avvincente. L’atleta Nicola Maio, ha 19 anni, vive e si allena in Foglianise, ha coronato una fulgida carriera iniziata da circa due lustri. Il neo- campione europeo appena rientrato dalla trasferta ungherese ha rilasciato un’intervista per Realtà Sannita.

Nicola, quando sei partito per Gyor (Ungheria) con la società Seishinkan di Benevento, convocato dalla Federazione italiana Karate, avresti mai immaginato di conquistare il titolo europeo, una vittoria così importante per la tua carriera?
Si, ho sempre immaginato di conquistare il titolo europeo, anche se all’arrivo a Gyor sono stato colpito da una gastrointerite che mi ha debilitato, però, con grinta, concentrazione e tecnica ho superato prima le fasi eliminatorie, arrivando concentratissimo alla finale.

Hai sconfitto nelle qualificazioni un’antagonista russo e l’atleta ungherese David Nagy e sei approdato in finale con il forte ucraino Servii Skliar. Una sfida difficile ed avvincente, per la categoria 75 Kg Junior, affrontata con determinazione. Qual è stato il segreto del tuo successo?
Il segreto del mio successo si racchiude nella determinazione, nella forza di volontà e nella tecnica agonistica, tre aspetti indispensabile per affrontare tutte le sfide senza per nulla temere l’avversario.

Oltre alla vittoria individuale hai contribuito alla conquista della medaglia d’argento a squadre contro la Romania, mostrando che sacrifico, abnegazione e tecnica possono incutere paura anche a grandi colossi dei paesi dell’Est europeo. Quali altri obiettivi adesso intendi raggiungere?
Sono onorato di aver contribuito anche alla conquista della medaglia d’argento a squadre contro la Romania. Il mio prossimo obiettivo è la qualificazione al campionato mondiale che si disputerà in Serbia, il prossimo anno.

Nicola, quali emozioni hai provato avvolto dalla bandiera tricolore dopo la vittoria?
E’ stata un’emozione indescrivibile, grandissima, anche sentire il nostro Inno nazionale in un paese straniero.

A chi devi dire grazie per il primato ottenuto?
Innanzitutto un grazie particolare al mio maestro Alfredo Testa, che con la sua preparazione mi ha fatto raggiungere un ottimo livello sia dal punto di vista agonistico che umano. Ai miei compagni di palestra, alla mia ragazza che mi ha fatto credere in me stesso, nelle mie capacità, ai miei amici e alla mia famiglia in particolare, a mio padre che mi ha sempre sostenuto ed invogliato a raggiungere i miei obiettivi.

martedì 1 novembre 2011 at 4:35 pm Lascia un commento

LE AVVVENTURE DI PINOCCHIO IN DIALETTO

Per riattualizzare le grandi sfide educative ed incrementare la corposa bibliografia, rappresentata da oltre 260 testi nelle diverse lingue e nei variegati dialetti, il prof. Michelangelo Pizzi, già docente nella Scuola Secondaria di 1° grado, ha pubblicato la sua ultima fatica letteraria, nel mese di agosto del corrente anno, dal titolo: “PINOCCHIO”. La storia del burattino più noto al mondo, realizzato nella bottega di Geppetto, appare nell’orizzonte culturale come una nuova tessera nel mosaico dei saperi di San Bartolomeo in Galdo, paese agli estremi confini del Sannio, per la sua originale traduzione degli idiomi in dialetto locale.
L’autore, attratto dalla figura senza tempo di Pinocchio, ha dato alle stampe la sua opera non solo per le future generazioni del suo territorio, ma per far breccia nella varietà lessicale che costituisce
l’approccio alla lettura di un testo classico della cosiddetta letteratura per ragazzi e per riscoprire l’emergenza dell’istruzione della vita di Pinocchio, cogliendo gli aspetti prismatici dell’esperienza universale di diventare grandi.
La lettura, con i lemmi sambortolmeani, aiuta i fanciulli e i ragazzi a riflettere, che le grandi aspirazioni della vita non sono lastricati dalla strada facile del successo, dall’abbandonare la scuola per recarsi nel paese dei balocchi, ma il costante impegno ed i sacrifici proiettano il bambino nel mondo degli adulti, per progettare il futuro della società.
Il prof. Pizzi ha curato la grammatica del suo paese d’origine, realizzato il vocabolario dialettale, detti e motti del luogo, tradotto il Vangelo di Luca, in lingua sanbartolomeana, i ” Promessi sposi ” a fumetti ed in vernacolo.
Scorrendo i capitoli del testo e soffermandosi alla struttura del racconto, il lettore rimane colpito dalla traduzione dei personaggi che ruotano intorno a Pinocchio. Il protagonista assume la denominazione di “Pinòcchië”, “Geppetto” è scritto “Pëppënéllë”, “Mastro Ciliegia” viene riportato come “Mästrë Cëràsë”, la “Fata dai capelli turchini” è citata così “A Fätëllë chi capillë turchinë”, “La lumaca” è chiamata “’A Ciammäruchë, “Il Grillo Parlante” viene presentato al lettore con il nome “U Rillë Parläntë”.
L’autore nella presentazione mette in evidenza le caratteristiche dello scugnizzo partenopeo con la figura di Pinocchio, che nel libro è descritto come uno scansafatiche, un monello pronto a pentirsi per i gesti compiuti. Egli scrive: “Continuamente riceve ammonimenti e consigli ricchi di buonsenso e di saggezza, che comunque lo lasciano sempre arbitro delle sue azioni, libero nella scelta della strada da seguire nel bene e ne male”. Il Prof. Pizzi, inoltre, aggiunge:”Con la sua esperienza di vita, Pinocchio conosce la generosità e il perdono, e, facendo tesoro dei suoi errori, alla fine riesce a trasformarsi in “un ragazzino perbene”. La storia di Pinocchio è stata tradotta in tutte le lingue, e l’autore ha affrontato l’ardua impresa di tradurla, nella “lingua sambartolomeana”.
La pubblicazione è stata stampata dalla Diaconia Grafica & Stampa in S. Maria a Vico (CE).

domenica 16 ottobre 2011 at 4:33 pm Lascia un commento

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